Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

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Sono stato a trovare la baronessa Nica e accomodato su un sontuoso divano ho potuto ascoltare un disco.
Il titolo del pezzo di cui vorrei parlarvi è The Peacocks, i pavoni, l'autore Bill Evans e l'ospite del concerto Stan Getz.
Di quest'ultimo si sente parlare di rado, credo che sia il musicista più imbarazzante della storia del jazz, il grande successo gli venne dalla breve stagione brasiliana con Tom Jobim e Astrud Gilberto con cui incise i dischi fondamentali, (per l'occidente musicale) di questa nuova musica, la Bossa nova.
Certo che ascoltare il solo di sax di The Girl from Ipanema è un'esperienza, ti scalda il cuore, ma non fa giustizia ad un musicista che continuò a migliorare fino agli ultimi capolavori che incise prima di morire.
Un critico musicale diceva del suo suono, che era diventato più scuro, come il buon legno quando invecchia.
Di nessun musicista jazz credo si possa dire altrettanto, che cioè gli ultimi dischi sono migliori di quelli del periodo di maggior successo, ma non è solo per questo che definisco imbarazzante Stan Getz, ma per il fatto che in tutta la sua musica tutto è sempre melodia, canto, lirismo, mai ha ceduto alla tentazione di riempire qualche battuta di un suo solo con dei pattern, delle scale o degli arpeggi, in ogni istante della sua musica c'è un'invenzione, un tema, una frase compiuta, "The Sound" era il suo nickname.

Pochi l'hanno potuto imitare, perchè la sua tecnica era prodigiosa, e dopo morto, a parte le doverose commemorazioni, è stato quasi dimenticato, considerato uno stilista, un pezzo di passato, un mobile troppo bello in una casa tecnologica.
Non è successo lo stesso a Bill Evans che è invece il pianista più imitato e quello che attira maggiormente i pianisti di estrazione classica.
Bill però suonava le scale, (perciò è tanto imitato e osannato), ma una scala suonata da lui aveva un profondissimo senso melodico, era per così dire inimitabile, l'indifferenza che mi trasmettono tanti pianisti evansiani è pari al calore e alla commozione della sua musica.
Di tutti i musicisti che hanno suonato una tastiera lui è quello che più di ogni altro ha evocato il soffio, fino a lasciarmi senza fiato.

Ma veniamo al pezzo che ho ascoltato in quel salotto in penombra, (se penso a chi ci è morto sul divano che mi ospitava...); perchè i pavoni hanno attratto così tanto un personaggio schivo e timido come Bill Evans e perchè il contributo di Stan Getz a questa esecuzione è così perfetto?
Forse perchè la sua costruzione contiene lo splendore della sua immagine, splendore che richiama un vizio come la superbia, ma anche il senso di contemplazione e umiltà che ci coglie se lo osserviamo nella sua cosmologica perfezione.
Questi due sensi, lo splendore e un'intima commozione accompagnano l'ascolto di questa musica, il dialogo fra due dei più grandi musicisti bianchi del '900.
Stan Getz aveva detto, a proposito dei pianisti, che lui non desiderava un pianista che lo accompagnasse, ma uno che lo proteggesse, infatti la sua improvvisazione ha sempre il tessuto diafano della fragilità di un'emozione, e la ingegneristica delicatezza di Bill Evans, non meno aerea, ha una solidità armonica che può sostenere e accogliere anche un'anima così ingombrante come quella di Stan Getz.
Noi ascoltiamo nel sax l'emozione e nel pianoforte la bellezza complessa dei pavoni, un'alchimia di bagliore discreto e di incedere imperiale, ma anche un cuore sopraffatto, sospeso al soffio che ci prende la gola quando passiamo accanto alla felicità senza poterla afferrare.
Un pezzo così non si suona impunemente, l'umiltà che richiede è pari alla sua fulgente ampiezza e meraviglia.
Un piccolo musicista, uno che cammina vicino ai muri e che impacciato sale su un palco con uno strumento così piccolo, lui poteva ritrovare un nuovo senso a questa musica senza perderne l'intimità e la dolcezza.
Toots Thielemans, e a Nica, dolce amica, dedico questo pezzo.

a Perugia lo vidi per la prima volta, era magro, nervoso e cantava, urlava, Devil's blues.
Fece un solo che mi lasciò pietrificato, si, come un sasso, in una valanga.
Era il quintetto di Mingus nel periodo della rinascita, dopo gli atroci eventi che causarono il suo allontanamento dalle scene, lo sfratto dal Jazz Workshop, il camion che caricava tutta la sua vita per buttare tutto in una discarica.
Quando ricominciò lo fece con questo essere unico e inimitabile in cui vive la tradizione più profonda insieme alla rabbia del free.
Mingus avrebbe potuto rinunciare a tutto, meno che alla generosità più completa, in un'epoca in cui i giovani si costruivano una tecnica ineccepibile studiando Coltrane con la stessa diligenza con cui preparavano un concerto di Brahms per un esame al conservatorio, George Adams pescava nel suono degli honkers del R&B, nella furia di Albert Ayler e di Archie Shepp, come nel loro intramontabile lirismo.
Un poeta cerca il fuoco in ogni cosa, come ci arriva è un fatto secondario, la qualità è naturale conseguenza di un impegno, di un amore sconfinato.
Nei suoi soli non sentirete una scala, un arpeggio, solo frammenti melodici urli e sussulti di un'anima che non riesce a non regalare tutto di se, un sacco di blues.
Non riesco a dire null'altro, guardo e riguardo questi due miracoli.
Come non riesco a dire altro? questa è la terra dei miracoli e c'è sempre qualcosa che trafigge il mio cuore, e a volte è qualcosa che non può che arrivare dal cielo.
Parliamo di Don Pullen, pianista fantasmagorico, da oggi lo riconoscerete solo guardando le sue mani, mani di vietcong, mani che non suonano, raccolgono e distribuiscono rivoluzione e amore.
Ve lo presento qui sempre con Mingus, Adams, e un paio di ospiti di riguardo, uno in particolare.
Il brano è così famoso che youtube ha tagliato il tema, Goodbye pork pie hat, un universo in cui il basso del leader sostiene più ancora dell'universo, parafrasandolo; Dio è un tipo bizzarro, suona come Charles Mingus.
Il primo solo, bitter-sweet, elegantissimo e commosso, è di Mulligan, ma ciò che viene dopo è il vero miracolo: Benny Bailey, che insegna qualcosa di fondamentale, che non tutte le divinità stanno sull'olimpo.
E non è finita, di questo piccolo musicista che pochi conoscono, come succede a molti grandi poeti, il topo ha scovato qualcosa di inpensabile nella sua polverosa dispensa.
Chi mi conosce sa che cose così succedono nei momenti in cui l'etereo fa incontrare gli uomini del jazz, i vivi con i morti, i ghetti con i ghetti, l'anima nera americana con l'unico posto in cui c'è, in Europa, un blues autoctono.
Quel corridoio umano tra occidente infame e oriente bellicoso che va dalla Serbia a Cipro, per questa confluenza di sangue e speranza vorrei dedicare questo post a una delle donne che più profondamente ha segnato la mia presenza in rete, a Barbara.

I Remember Sarajevo, Benny Bailey and his Orchestra






Il 18 settembre è passato, e come ho già lamentato tempo fa non ho potuto onorare nel giorno proprio il mio morto.
Credo che su di lui si sia scritto, detto e suonato più che su chiunque altro, eppure resta una figura unica, musicalmente, umanamente e storicamente.
Come tutti i musicisti che amo di più il suo luogo sta nell'impossibilità, ha vissuto nell'atto di una transizione impossibile, che non ha un precedente e che ha dato frutti discutibili, pur essendo la principale e maggiore influenza nella moderna chitarra elettrica.
Cos'è il tentativo di trasformare uno strumento, il suono di uno strumento nella propria voce, superarne il limite meccanico, superare il proprio limite, fatto di radici, storia personale, schiavitù in un sistema che non ascoltava veramente la sua musica, ma voleva un personaggio sul palco, che aspettava con ansia la sua distruzione totale.
Perchè, come Mingus, non era negro, non era bianco, non giallo o rosso, non era un musicista rock, non era (più?) un bluesman, non beat o come cazzo volete chiamare una musica che ha resistito fino alla morte all'inesorabile processo discografico industriale della costruzione dei generi, che dall'inizio degli anni 70' distrusse quello che era avvenuto a Woodstock.
Avevamo visto Sly Stone con la sua famiglia soul, Joe Cocker che portava corpo e sangue in una canzonetta dei beatles, una banda di froci ridicoli come gli Sha na na, semiattivisti alla moda come country Joe, e un'infinità di musicisti dalle più disparate origini, stile e capacità, suonare senza chiedersi in quale fottuto genere si collocasse.
Jimi Hendrix era tutto questo, questa libertà si incarnava in lui, dentro una sola persona dalle molte anime, tenute insieme da una sofferenza antica e moderna insieme.
Fu impossibile per lui varcare la soglia dei 70', in quel mondo che tesseva l'inganno del postmoderno, che avrebbe polverizzato i sogni e mercificato persino la ribellione.
Janis Joplin, altra figura impossibile, lo seguì a breve giro, molti grandi si immersero in apnea uscendo dalla scena per restare se stessi, altri si adeguarono e trasformarono in clichè la loro musica a volte diventando idoli, vuoti come può essere vuoto soltanto un idolo.
Ciò che lo uccise fu proprio l'essere stato cavia di questo processo, lui una creatura musicale dalle unghie dei piedi fino all'ultimo crespo capello, ridotto a "quello che brucia la chitarra", lui stesso diceva con amarezza; se salgo sul palco e suono "nella vecchia fattoria", vanno tutti in delirio, a nessuno frega nulla della mia musica, vogliono vedere il fenomeno.
L'ultima settimana, quando stava finendo il contratto capestro che l'aveva consumato e un vecchio amico l'avrebbe riportato a suonare come voleva suonare, forse per la consapevolezza che il suo sogno era impossibile cedette e morì.
Se avete tempo qui c'è il video integrale del suo concerto a Woodstock, se arrivate al fondo che pare chiudersi dove sta la sua vera anima,vi troverete persi in un blues senza fiato, senza tempo, un altrove assoluto, una delle cose più belle che abbia mai ascoltato,.
Per una settimana sarò in Paradiso.


Da vecchio somigliava al domestico dei coniugi Hart in "Cuore e batticuore" Portava, a volte camicie coloratissime e di casa stava in una poesia di Borges.
Un giorno incontrai nel caffè dove, a volte, mangio qualcosa a mezzogiorno, Enzo Zirilli, un batterista torinese di eccellenti qualità, l'avevo visto suonare in pubblico la prima volta in occasione di un concerto che non avrei voluto perdere per nessuna ragione al mondo.

(Mal Waldron, Charlie Mariano - Cry Me a River)
La prima cosa che gli chiesi fu: com'è stato suonare con Charlie Mariano? (la seconda: com'è stato suonare con James Moody?)
Mi disse della grande emozione, del privilegio di suonare con un saxofonista che suonò in due dei dischi più importanti di Mingus, e della persona, per cui non riusciva a trovare parole adeguate.
Allora mi raccontò questa storia; sulla cartella di posta del suo Myspace gli arriva un giorno una mail dove una donna gli dice che aveva visto nelle sue collaborazioni che aveva suonato con Charlie e gli domandò se poteva raccontargli qualcosa di lui, come viveva, dove, se stava bene. Lui gli risponde con poche notizie e le chiede di lei, perchè questa curiosità per un musicista che pochi conoscono e ancor meno conoscono bene.
Sono sua figlia, gli dice la donna, se hai occasione di vederlo di nuovo digli che non l'ho mai dimenticato.
(Mingus - Celia)
Ha suonato in Germania con musicisti classici, in India con una straordinaria cantante, nell'America del jazz e con particolare calore in Argentina.
La sua musica, Mingus, la definì "tears of sound" che diventerà il titolo di un suo disco, e infatti solo un grande poeta poteva siglare in modo così preciso e profondo la sua qualità di musicista.
Di lui, della sua tecnica prodigiosa, completamente sottomessa ai moti di un'anima sofferente e senza luogo, quello che segna profondamente, che colpisce chiudendo la gola, sono i suoi tuffi nei sovracuti, un registro difficile che pochi hanno saputo visitare in modo non sguaiato, che spesso si abusano nelle esibizioni di esuberanza tecnica.
In Charlie Mariano questo territorio ha preso il significato e l'emozione di un luogo di lirico dolore, e ricordo solo due grandi musicisti che li hanno colorati di altrettanta commozione; Ben Webster e Dexter Gordon.
E' uno dei pochi sax contralto che si siano liberati completamente dell'influenza e del complesso di Bird, ma non solo, ha visitato ambienti musicali di ogni genere, in questa fuga da se stesso incessante, piena di un'energia e una meticolosità, si, meticolosa, minuziosa, ricordate; "Volverá toda noche de insomnio: minuciosa", "Ritornerà ogni notte d'insonnia, minuziosa", minuziosa come una notte di insonnia.
Infatti la precisione, la perfetta intonazione, la rapidità e la capacità di piegare ogni nota al suo sentimento proprio sono minuziose, come una fuga è progettata senza errori possibili.
Così con i sui pianisti tedeschi di impostazione classica, con Ramamani e il suo ensemble di musica tradizionale indiana, e le meravigliose pagine argentine con Dino Saluzzi, ha girato il mondo e i suoi suoni, ma...
Ma ogni volta che lo ascolto in contesti così diversi, sento che rimane se stesso, in ogni accento, in ogni straziante urlo armonico.
Chi fugge infatti si porta sulle spalle tutto ciò da cui cerca rifugio e la vastità del mondo non è che il perimetro di uno stagno su cui le sue note rimbalzano come sassi piatti lanciati a raso.
E' morto il 16 giugno, di cancro, come tutti gli altri, forse sua figlia ha potuto raggiungerlo alla fine, forse, come me, l'ha saputo solo ieri e non le restano che la tomba e i dischi, per meditare sull'amore che non ha ricevuto da un padre che ha saputo esprimerlo compiutamente solo nel dolore che ha distillato il suo sax.
" Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell'aurora
per abitare all'estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
Se dico: «Almeno l'oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce."
(sal 138)
Riporto questo post dal blog "Tra Cielo e Terra".
qui
In mattinata, un gruppo di coloni israeliani ha dato fuoco ad almeno 1500 ulivi, in Cisgiordania, appartenenti a contadini palestinesi. Le coltivazioni sono state distrutte come forma di rappresaglia contro lo sgombero di alcuni avamposti illegali dei coloni, effettuati dalle forze di polizia israeliane.
Peacereporter.net

Un antico mito narra di come la città di Atene venne fondata da Poseidone ed Atena, e di come in seguito le due divinità non riuscirono a trovare un accordo su chi dovesse dare il proprio nome e la propria protezione alla città.
Si decise allora di far scegliere direttamente agli ateniesi quale sarebbe stata la propria divinità protettrice.
Poseidone per ingraziarsi il favore dei cittadini fece loro dono di uno splendido cavallo bianco, ed assicurò il proprio appoggio incondizionato nelle battaglie che la città avrebbe affrontato.
Atena invece fece sorgere dalla terra un ulivo.
Poseidone offriva alla città la via della guerra e della conquista, mentre nell’ulivo di Atena erano rappresentate le virtù della saggezza e della prudenza, e soprattutto i benefici della pace.
Il popolo di Atene scelse di accettare il dono della dea, il cui nome fu dato alla città, e l’ulivo divenne uno dei suoi simboli.
Coloro che sono nati sulle rive del mediterraneo sanno che per quanto ci si sposti lungo le sue sponde, per quanto cambino le lingue e il colore della pelle delle persone che via via si incontreranno, l’uniformità del paesaggio saprà sempre infondere un senso di rassicurante familiarità, così come il ritrovare lungo tutte le coste la presenza dell’ulivo darà l’impressione di non essersi mai allontanati dalla propria casa.
Così come per secoli non vi fu alcuna identità europea nel nostro continente, ed i popoli che vi abitavano potevano essere divisi, allora come oggi, in due grandi famiglie: coloro che utilizzavano il burro ed il grasso per cucinare e coloro che invece avevano il privilegio di disporre dell'olio d'oliva.

La diffusione della pianta dell'ulivo nel mediterraneo
Dalle colline di lavanda della Provenza fino ai boschi del Libano, da Gibilterra alla foce del Nilo, da Misirlou a Miriam, dal paradiso in terra della Morea fino a Smirne che ancora brucia, vi è un’unica anima che percorre le terre che si affacciano sul nostro mare, un’anima a cui l’albero dell’ulivo ha saputo dare un corpo.
Dalle colonne d’Ercole fino in Palestina, vicino ai prati fioriti dove la giovane Europa venne rapita da Zeus, nella terra tre volte santa dove quella pace che l’ulivo da sempre simboleggia pare non essere mai di casa.
La Palestina, la terra dove pochi giorni fa un gruppo di coloni ebrei fondamentalisti, armati di torce, ha dato alle fiamme più di 1.500 alberi di ulivo, un gesto il cui tetro simbolismo gela il sangue.
Portatori di discordia, costruttori di colonie la cui presenza è dichiarata illegale anche dalle misere organizzazioni sovranazionali terrene: neppure la conclamata ipocrisia di queste ultime, infatti, è in grado di fornire una giustificazione ad un sopruso di tali dimensioni.
Hanno bruciato gli ulivi, l’unica fonte di sostentamento rimasta alle genti che abitano quelle terre da decine di generazioni.
Nel nome di un Dio il cui volere interpretano a loro piacimento, con l’unica giustificazione di un testo sacro che dal loro punto di vista affida quelle terre alla loro progenie, a coloro che condividono il loro stesso sangue incontaminato.
Una terra che hanno dimostrato di non amare, una terra che pretendono loro ma che non esitano a violentare ed a bruciare, mandando in cenere le sue creature più nobili, dando alle fiamme la sua stessa anima.

Ulivi dati in fiamme dai coloni ebrei in Palestina
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